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e-work: il lavoro si trova al tavolino del bar

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L’agenzia e-work trasforma i bar in hub di recruiting per la generazione Z e sperimenta nuovi modelli di inclusione e responsabilità sociale

Un caffè, un pc aperto e sugli schermi non solo video e immagini per intrattenere, ma anche offerte di lavoro.
È questa l’ultima formula sperimentata da e-work, agenzia milanese per il lavoro, che con i suoi e-workafè trasforma i bar in hub di recruiting. Qui uno studente o un giovane professionista può fermarsi a studiare, lavorare, incontrare colleghi, e nel frattempo candidarsi a una missione di lavoro proiettata sui monitor del locale. Piazze ibride fra consumo e servizio che smettono di essere semplici luoghi di ristoro e diventano punti d’incontro fra domanda e offerta di lavoro.

e-work da Milano all’Europa

Dietro l’idea c’è un gruppo che da 25 anni prova a innovare nel settore delle risorse umane. Nata a Milano nel 2000, e-work si è progressivamente allargata su tutto il territorio nazionale fino ad arrivare all’estero, con filiali in Polonia e Svizzera e nuovi progetti in Spagna e Romania. In un mercato dominato dai grandi player internazionali, la società guidata da Paolo Ferrario ha costruito la sua crescita sulla capacità di imboccare strade non ancora battute, adattandosi a un contesto che cambia con rapidità crescente.

Gli e-workafè sono forse l’iniziativa più visibile: otto locali, cinque a Milano e gli altri in zone universitarie o di passaggio strategico di città più piccole, pensati per intercettare la generazione Z. Ma non sono l’unica carta innovativa giocata da e-work. Tra i progetti più distintivi c’è infatti l’impegno sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità.
“Abbiamo voluto costruire un profilo diverso, non basato solo sugli sgravi contributivi, ma su percorsi strutturati di inserimento con accompagnamento psicologico e formazione interna”, spiega il fondatore. “Con Accenture, ad esempio, sono stati avviati programmi che prevedono inserimenti graduali, anche di mesi o anni, in ambienti protetti, per poi arrivare a un’integrazione stabile in azienda. L’attenzione si concentra soprattutto sulle disabilità psichiche e sulle persone affette da sindrome di Down, ancora oggi più complesse da gestire per le imprese rispetto a quelle fisiche”.

Numeri e impatto: l’agenzia che unisce generazioni

I numeri mostrano una realtà significativa: circa 25 mila inserimenti all’anno, metà dei quali riguardano giovani sotto i 25 anni di età. L’agenzia è tra i principali canali di ingresso per neolaureati e neodiplomati, ma segue con attenzione anche categorie più complicate da inserire, come le mamme che rientrano nel mondo del lavoro e gli over 50. Il portafoglio clienti spazia fra le 800 e 1.000 aziende ogni anno. I dipendenti interni sono 200, una sessantina all’estero, oltre a 4.000 lavoratori somministrati.

Accanto al quartier generale di Viale Monza, a Milano, la società ha creato anche la Fondazione Pino Cova, che si occupa di inserimento di persone con disagi psichici nel settore dell’hotellerie e della ristorazione di alta gamma. Una scelta che incontra l’interesse delle grandi imprese, sempre più attente al tema della responsabilità sociale e della diversity.

Luoghi fisici per incontrarsi e per il futuro del recruiting

Il modello degli e-workafè si inserisce in un mercato del lavoro che in Italia dà segnali moderatamente positivi, ma continua a soffrire per mismatch di competenze, forte rotazione giovanile e precarietà diffusa. Se il digitale ha reso più veloce e meno costoso il reclutamento, e-work scommette su luoghi fisici dove i ragazzi possano orientarsi, incontrarsi, candidarsi, senza limitarsi a una notifica sullo smartphone. È una sfida che presenta incognite di scalabilità e sostenibilità economica, ma che intercetta un bisogno concreto: avvicinare i giovani al lavoro in modo diretto, reale, quotidiano.

Le partecipazioni estere nate per reclutare personale specializzato per l’Italia, sono oggi agenzie HR che lavorano su mercati internazionali. E in patria il gruppo continua a puntare sulla generazione Z, consapevole che i ragazzi cambiano impiego ogni 12-18 mesi. “Se vogliamo davvero accompagnarli, dobbiamo intercettarli dove vivono e studiano, non solo online”, spiegano dal quartier generale. E forse proprio lì, fra un espresso e una connessione wi-fi, si sta giocando una delle partite più interessanti del futuro del lavoro in Italia.

Libero Quotidiano, 5 ottobre 2025

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