Dieci anni di monitoraggio ECPMF raccontano una Germania dove l’ostilità verso la stampa si intreccia con l’ascesa dell’estrema destra, colpendo soprattutto i giornalisti locali
Dalla stagione di Pegida ai cortei No-Covid, fino al nuovo radicamento dell’estrema destra nei territori dell’Est: i dati dell’ECPMF descrivono un clima in cui l’ostilità verso la stampa diventa metodo e pressione quotidiana, soprattutto per chi lavora nel giornalismo locale.
Non è solo una questione di urne. In Germania l’avanzata dell’AfD procede insieme a un’altra curva, meno visibile ma decisiva per la qualità democratica: l’aumento e la normalizzazione degli attacchi ai giornalisti. È il filo che lega dieci anni di monitoraggio raccolti dall’European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) attraverso lo studio annuale “Feindbild Journalist” – letteralmente, il “giornalista come bersaglio”. Un lavoro nato nel 2015, durante la crisi dei rifugiati e l’irruzione nelle piazze del movimento Pegida, quando reporter e troupe venivano etichettati come “collaboratori dello Stato” e accusati di “nascondere la verità”. A presentarli ai giornalisti del programma Erasmus+ dell’Odg Lombardia è Patrick Peltz, monitor e research officer di ECPMF.
Piazze, No-Covid e radicalizzazione contro i giornalisti
I numeri, per chi li maneggia, vanno sempre trattati con cautela: cambiano le reti, le risorse, le metodologie, e il sommerso resta inevitabile. Ma la tendenza racconta comunque un Paese in cui la sicurezza dei cronisti è diventata una variabile strutturale. Dal 2015 al 2025 il monitoraggio ECPMF contabilizza 522 aggressioni fisiche. Nel 2015 gli attacchi registrati furono 44, poi un calo relativo e quindi i picchi dal 2020 in avanti, quando le proteste contro le misure anti-Covid del movimento “Querdenken” trasformarono ancora una volta i media in bersaglio di teorie complottiste: stampa “di regime”, giornalisti “al servizio del governo”, telecamere da “zittire”. Nel 2025 gli episodi censiti scendono a 34, ma il dato non viene letto come rassicurante: “Non siamo la polizia – ripetono i ricercatori – il numero reale è probabilmente più alto”.
Epicentro e secondo fronte, da Berlino all’Est della Germania
La geografia dell’ostilità ha un epicentro e un secondo fronte. Berlino concentra 159 casi su 522: capitale delle manifestazioni, laboratorio permanente di piazze e contro-piazze. Ma il secondo addensamento è nell’Est: Sassonia, Turingia, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo. Nelle mappe compaiono Lipsia, Chemnitz, Dresda, Potsdam: luoghi in cui le aggressioni non sono un “incidente” ma spesso l’effetto collaterale di un ecosistema politico e culturale che delegittima la stampa. Non tutti i cortei sono ugualmente pericolosi: la quota maggiore degli attacchi avviene nelle manifestazioni, e una parte consistente viene attribuita – come euristica – ad ambienti di destra radicale. È qui che il tema “ordine pubblico” diventa questione democratica.
Sul piano politico, l’incontro a Lipsia traccia l’altra faccia del problema: l’AfD che cresce fino a diventare forza dominante in molte aree orientali. In Sassonia arriva intorno al 30,6%; in Turingia sfiora il 32,8% e si colloca come primo partito. In Sassonia-Anhalt, secondo stime citate durante la presentazione, potrebbe spingersi tra il 39% e il 42%, mettendo sotto pressione il tradizionale “cordone sanitario” tedesco: quel patto non scritto con cui gli altri partiti escludevano l’estrema destra da qualunque coalizione. L’erosione di quel confine, anche solo a livello comunale, ha un effetto concreto sui reporter: se le richieste che ieri stavano in piazza oggi “entrano in parlamento”, la legittimazione sociale dell’ostilità cresce.
Il prezzo pagato dal giornalismo locale
La parte più inquietante, però, non sta nei grafici ma nei racconti raccolti tra i giornalisti locali: gomme tagliate dopo una convention AfD, intimidazioni davanti casa, minacce esplicite (“nove millimetri”), insulti e “marcatura del nemico” durante i cortei (“Ecco il giornalista X del giornale Y”). Testate moderate e radicate, non “giornali militanti”, si ritrovano in comunità piccole dove tutti si conoscono, dove l’anagrafe sociale rende i cronisti più vulnerabili: si sa dove abitano, che auto guidano, chi sono i familiari. Il risultato, dicono le interviste, è una pressione che scava nell’autonomia professionale fino a produrre autocensura: non perché qualcuno imponga un divieto, ma perché la paura e il carico di lavoro rendono “più conveniente” evitare i temi ad alto rischio – migrazione, clima, estremismo – che attivano ondate di odio online e sul territorio.
Per l’Italia – e per i giornalisti italiani che osservano la Germania anche attraverso programmi europei di formazione e scambio – questa storia è un promemoria: la libertà di stampa non si spegne con un atto formale, ma si consuma lentamente quando l’intimidazione diventa normalità, quando le redazioni locali si assottigliano e la protezione istituzionale arriva tardi o tratta le minacce come semplice vandalismo. È per questo che l’ECPMF insiste sulle raccomandazioni: referenti interni per gestire minacce e aggressioni, supporto psicologico, protocolli, formazione, e – soprattutto – un salto di consapevolezza delle autorità locali. Perché la misura di una democrazia, spesso, si vede anche da quanto spazio sicuro lascia a chi fa domande.
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