martedì, Luglio 21, 2026
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L’arretramento delle linee rosse: la nuova strategia del Cremlino

Le soglie che dovevano contenere la guerra si stanno spostando. Il movimento non è un incidente: è una scelta — e dice più sulla natura del potere russo, e sulla sua transizione, di quanto dica sul campo di battaglia

La frase con cui conviene aprire non è un evento, ma un’ammissione. Domenica 28 giugno, davanti al XXIII congresso di Russia Unita, Vladimir Putin ha riconosciuto in termini circostanziati — per la prima volta — che la Russia soffre di «una certa carenza» di carburante, «ma non critica»; ha parlato di code ai distributori, ha lasciato che fosse il vicepremier Aleksandr Novak ad annunciare lo studio di un blocco alle esportazioni di diesel, e altrove nel discorso ha evocato un «periodo difficile» senza mai pronunciare la parola Ucraina.

Letta come cronaca, è una concessione minore. Letta come segnale — ed è così che intendo leggerla — è la certificazione di un cedimento. Per quattro anni il Cremlino ha investito un capitale politico enorme nel tenere la guerra fuori dalla percezione delle grandi città: un cordone sanitario informativo che faceva della guerra un fatto periferico, geografico e psicologico insieme. Quando il garante di quel cordone è costretto ad ammetterne in pubblico la rottura, non sta descrivendo un disagio logistico: sta riconoscendo che una soglia è stata oltrepassata e che la risposta non è stata quella promessa. È da qui che parte la mia lettura, e con essa la chiave che attraverserà tutto il ragionamento: le linee rosse russe stanno arretrando perché Mosca sta scegliendo, deliberatamente, di cedere sul perimetro per difendere il nucleo. Capire dove passi oggi quel confine — fra ciò che il Cremlino assorbe e ciò che lo costringerebbe a reagire — è la vera posta in gioco analitica di questa fase.

Il quadro come sintomo: la guerra torna a casa

I fatti non vanno elencati per sé, ma letti per ciò che rivelano. E ciò che rivelano è il passaggio ucraino da una guerra di attrito sul fronte a una strategia di imposizione di costi sulla retrovia — più economica, più scalabile, e soprattutto capace di colpire non le infrastrutture, ma le narrazioni che le proteggono.

Il 18 giugno l’attacco con droni più vasto su Mosca dall’inizio dell’invasione ha avuto come bersaglio principale la raffineria Gazprom Neft di Kapotnya, che fornisce circa il 40% del carburante dell’area metropolitana e un terzo di quello regionale. Ma il dato isolato conta meno della curva: a inizio giugno circa 2,14 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione — grosso modo un terzo del totale nazionale — risultavano fuori uso per danno accumulato, con la produzione di raffinati scesa sotto i quattro milioni di barili al giorno, il minimo da ventun anni, e oltre venticinque regioni già sotto razionamento prima ancora di quel 18 giugno. Otto giorni dopo, il 26, la contraerea russa rivendicava l’abbattimento di 660 droni in una sola notte — nuovo record — mentre Kyiv formalizzava una «operazione di pressione di 40 giorni». Il messaggio implicito non è “possiamo danneggiarvi”, ma “possiamo farlo a volontà, in modo sostenibile, e voi non potete impedircelo”.

Il secondo teatro — la Crimea — chiarisce la logica meglio del primo. Da aprile l’Ucraina ha convertito gli attacchi sparsi in una campagna sistematica di strangolamento logistico, il «logistics lockdown» rivendicato dal ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov. Qui non si insegue il danno spettacolare, ma l’asfissia: una penisola che scivola verso la condizione di isola, con vendita di carburante ai civili sospesa, blackout a rotazione, colonie estive chiuse fino a settembre, perfino i trasferimenti dei detenuti politici da Simferopoli paralizzati per mancanza di benzina nei furgoni. È la dimostrazione che il bersaglio reale non è il territorio, ma il contratto implicito su cui poggia il regime politico: per anni Putin aveva garantito ai russi che la Crimea era al sicuro e che la guerra non sarebbe arrivata sotto casa. Quella garanzia è oggi smentita ogni notte.

Non-escalation non è de-escalation: anatomia di una soglia che si sposta

Davanti a tutto questo — e a un attacco senza precedenti sulla capitale — la domanda dirimente è una sola: perché Mosca non rilancia? La risposta che mi interessa non è descrittiva ma strutturale. La reazione russa è stata convenzionale e simmetrica: «Massicci attacchi di gruppo» promessi da Sergey Lavrov, «colpi di precisione» rivendicati su obiettivi energetici e della difesa ucraini. Mosca continua a conservare il suo vantaggio di escalation nell’arsenale nucleare tattico, ma lo tiene dove è sempre stato: sul tavolo come leva negoziale, non nel ciclo operativo.

Conviene allora isolare la distinzione concettuale che sorregge l’intero pezzo. La traiettoria russa è di non-escalation, che non coincide con la de-escalation. Mosca non abbassa l’intensità del conflitto; sceglie soltanto, finora, di non valicare soglie che essa stessa aveva dichiarato invalicabili. È la differenza fra una soglia dichiarata e una soglia applicata — e l’intera storia di questa guerra è la cronaca della divaricazione fra le due. Dalla fornitura di carri armati agli ATACMS, dai raid in territorio russo agli attacchi su Mosca, ogni linea presentata come “ultima” è stata poi attraversata senza l’apocalisse annunciata. Ne deriva un corollario che vale più di molte previsioni: la deterrenza russa ha smesso di funzionare per dichiarazione e funziona ormai solo per dimostrazione. Il che significa che nessuno — a Kiev, a Washington, a Bruxelles — sa più con certezza dove sia la soglia, finché non la si tocca.

La chiave interpretativa: la logica tecnocratica come vincolo, non come fazione

Resta da spiegare il movente. La mia ipotesi è che l’arretramento non si decida sul campo ma dentro l’architettura del potere russo, lungo la faglia che da anni distinguiamo fra i tecnocrati — gli amministratori della macchina statale, il cui riferimento politico più influente è oggi Sergey Kiriyenko, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale — e i siloviki, i falchi degli apparati militari e di sicurezza.

La logica di fondo del primo gruppo è quella di chi ragiona sul “dopo”. Esisterà una Russia post-conflitto, e i tecnocrati vogliono esserne i frontman: ereditare lo Stato, non le sue macerie. Un’escalation catastrofica — nucleare, o tale da trascinare la NATO nel conflitto — distruggerebbe esattamente il patrimonio che ambiscono a gestire. Da qui un interesse strutturale alla contenzione, perfino a guerra in corso: il calcolo di chi preferisce un logoramento gestibile a un collasso glorioso.

Questa tesi deve essere maneggiata con la cautela che merita, perché l’evidenza la complica su due fronti, ed è più onesto incorporarli che aggirarli.

Il primo: l’immagine di un Kiriyenko in ascesa che impone la moderazione è, almeno in parte, smentita dai fatti. Sul dossier-chiave del 2026 — il rinnovo della Duma di settembre — il blocco della “politica interna” che fa capo a lui è stato marginalizzato a favore dei reduci del programma “Tempo degli Eroi” e di nuovi nominati come Dyumin, Babushkin, Yakushev. E Kiriyenko non è un tecnocrate neutro: è un ideologo, formatosi alla scuola metodologica di Ščedrovickij, con un portafoglio che include i territori occupati. Definirlo una colomba sarebbe un errore di lettura.

Il secondo: i tecnocrati responsabili della performance economica e finanziaria hanno un’influenza limitata sulle decisioni che pure ricadono nelle loro aree. Il gruppo che avrebbe più interesse alla contenzione è anche quello che meno pesa nelle scelte strategiche.

Come si salva la tesi senza forzarla? Riformulandola con precisione. Non sostengo che i tecnocrati controllino la politica di escalation; sostengo che la logica tecnocratica — la convinzione che esista un dopo da ereditare — sia diventata un vincolo strutturale diffuso nell’élite manageriale, operante anche là dove, sul piano delle nomine, avanzano reduci e siloviki. L’arretramento delle linee rosse non è la vittoria di una fazione, ma il prodotto di un calcolo condiviso sulla sopravvivenza del sistema. È la versione “perimetro/nucleo” applicata all’élite: ciò che tiene la mano del Cremlino lontana dal pulsante non è la forza di un clan, ma l’assenza di alternative. Opinione diffusa tra alcuni analisti politici è che le élite restino consolidate attorno a Putin proprio perché la guerra e lo scontro con l’Occidente non lasciano loro vie d’uscita praticabili — ed è questa assenza, più della prevalenza di un gruppo sull’altro, a spiegare la prudenza nelle soglie.

Il quesito FP-9: il bersaglio, non il vettore

Se la direzione è l’arretramento, la domanda diventa operativa: dove si ferma? E qui entra lo sviluppo che considero il vero banco di prova dei prossimi mesi.

L’Ucraina è alla vigilia del lancio di prova del suo primo missile balistico a lungo raggio di produzione nazionale, l’FP-9: gittata dichiarata di 855 km, testata da 800 kg, concepito esplicitamente per raggiungere Mosca e San Pietroburgo. Airframe, guida e controllo sono completi; manca la validazione del motore a propellente solido, l’ostacolo che il produttore — Fire Point — ha dovuto superare costruendo da zero un proprio impianto di colata. La codifica ministeriale è attesa entro il 2026. Le parole del cofondatore Denys Shtilerman non lasciano margini: dopo un volo di prova riuscito, «il volo successivo dovrebbe essere su Mosca», e fra i bersagli ha indicato proprio le infrastrutture energetiche della capitale.

Conviene non sopravvalutare il dato materiale: non parliamo ancora di una forza operativa, ma di una decina di esemplari di test e di un percorso che va dalla validazione del motore alla codifica all’espansione produttiva. La novità però non è tecnica, è politica — e dirimente: un’arma sovrana, sottratta al ciclo di autorizzazioni di Washington e agli stop and go di Bruxelles, il cui uso ricadrebbe interamente sotto autorità ucraina. Per la prima volta la scelta del bersaglio profondo non dipende da un permesso esterno.

Allora: un missile balistico ucraino su Mosca è la linea rossa? La mia tesi è che la soglia non la definisca il vettore, ma il bersaglio. Coerentemente con il pattern osservato — linee rosse elastiche sul perimetro, rigide solo nel nucleo — è plausibile che il Cremlino assorba, come ha fatto con i droni, i colpi a strutture periferiche e non vitali (raffinerie suburbane, depositi, nodi logistici), ripagandoli nella consueta moneta convenzionale. La soglia vera, quella la cui violazione obbligherebbe Mosca a reagire per non perdere la faccia davanti alla propria opinione pubblica, è il colpo a infrastrutture civili nel cuore della città o a obiettivi strategico-militari nel centro del potere: il Cremlino simbolico, i centri di comando, i gangli della capitale. Non è la distanza percorsa dal missile a tracciare la linea, ma la profondità simbolica del punto in cui cade.

È un’ipotesi, e come tale va trattata. Ma porta a una conseguenza precisa, ed è la ragione per cui merita di stare al centro di questa analisi: l’FP-9 non sposterà la linea rossa. Ne rivelerà la posizione. Sarà il reagente che costringe il Cremlino a mostrare dove abbia, davvero, ritirato il confine.

L’uscita di scena di Putin, non la caduta del putinismo

Resta la domanda che dà senso a tutto il resto. Se crescita economica, sicurezza e stabilità sono stati i pilastri materiali del consenso, e il sentimento identitario-nazionale il loro collante immateriale, cosa accade quando si incrinano insieme?

L’erosione è lenta, ma convergente. Nel primo trimestre 2026 il PIL russo è calato dello 0,3% su base annua — prima contrazione in tre anni — e il deficit di bilancio dei primi quattro mesi ha già superato quello pianificato per l’intero anno, con l’inflazione percepita stabile a doppia cifra. A questo la campagna ucraina aggiunge il colpo più insidioso, e qui torna il filo che tiene insieme il ragionamento: non il danno economico in sé, ma la frattura della percezione di sicurezza nelle città che il regime aveva blindato. Quando il moscovita guarda il fumo sopra Kapotnya e il video diventa virale, non salta un’infrastruttura: salta la narrazione che la copriva. È il perimetro che cede sotto gli occhi di chi credeva di vivere nel nucleo.

La mia conclusione è volutamente contro-intuitiva. Il combinato di instabilità economica, insicurezza urbana e logoramento prolungato può sancire l’uscita di scena di Putin — per via biologica, per spostamento interno, per consumo del consenso — ma non la caduta del putinismo. La transizione è già in corso, ed è leggibile in un sistema che da anni si rinnova arruolando una generazione di funzionari più giovani ma ideologicamente omogenei, selezionati dagli stessi strumenti — “Leader della Russia”, “Scuola dei Governatori”, “Tempo degli Eroi” — disegnati per evitare l’errore del Politburo sovietico, che scelse in casa il successore destinato a distruggerlo. Il bacino da cui uscirà il prossimo leader è ristretto e coeso per costruzione.

Ciò che attende la Russia, dunque, non è una rottura ma una mutazione: un putinismo senza Putin. Lo stesso impianto neo-autoritario, la stessa economia di guerra normalizzata, lo stesso impasto di repressione e nazionalismo identitario, gestiti però da una classe dirigente più tecnocratica nei modi e più anodina nei volti. Lo chiamo, per comodità, putinismo 4.0: la versione aggiornata di un sistema che ha imparato a sopravvivere al proprio fondatore prima ancora che questi esca di scena.

In questa luce, l’arretramento delle linee rosse non è il sintomo di una debolezza terminale, ma la grammatica stessa con cui il regime si difende. È la medesima mossa che attraversa ogni livello dell’analisi: si cede sul perimetro per preservare il nucleo. Lo si fa con il territorio, assorbendo i colpi alle retrovie per proteggere il centro. Lo si fa con la deterrenza, lasciando arretrare le soglie dichiarate per non spendere quella vera. E lo si fa con il potere, sacrificando — un giorno — l’uomo per salvare il sistema. La guerra che doveva consacrare Putin potrebbe finire per consacrare il putinismo contro Putin.

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