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Gli Emirati rompono con il cartello: cosa significa l’uscita dall’OPEC

Sessantasei anni fa l’OPEC veniva fondata a Baghdad per spezzare l’egemonia anglo-americana sul greggio. Oggi un suo membro chiave esce con un comunicato di tre righe nel pieno di una guerra mossa proprio dall’asse anglo-americano (più Israele) contro un altro suo membro. Il cerchio non si chiude: si spezza. E vale la pena guardarlo per quello che è, senza fermarsi al prezzo del barile.

Il fatto, e la cornice che gli viene cucita addosso

Il 28 aprile 2026, con un comunicato dell’agenzia di Stato WAM, il Ministero dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio. Cinquantanove anni di affiliazione – Abu Dhabi era entrata nel 1967 – chiusi con un preavviso di 72 ore. Il cartello passa da dodici a undici membri, dopo le defezioni di Qatar (2019), Ecuador (2020) e Angola (2024). Il terzo produttore del gruppo – 3,4 milioni di barili al giorno a febbraio, capacità installata di 4,85 milioni  esce dalla porta principale, senza nemmeno passare prima da Riad.

Il Brent ha sfondato i 110 dollari nei minuti successivi all’annuncio, il WTI ha superato 100. La cronaca economica si è precipitata sui carburanti, sulle bollette, sulle accise italiane in scadenza proprio il primo maggio. Ed è esattamente lì che si rischia di perdere la notizia: nel rumore dei prezzi alla pompa.

Perché il punto non è il petrolio. Il petrolio, qui, è il pretesto. Sotto, c’è altro.

La frattura saudita-emiratina: una crisi annunciata

Le frizioni tra Abu Dhabi e Riad sulla politica produttiva non sono una novità di questa settimana. Sono documentate dal 2021. ADNOC — la compagnia di Stato emiratina — aveva pubblicamente dichiarato di voler portare la propria capacità a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, anticipando di tre anni un obiettivo originariamente fissato per il 2030. Era, in pratica, una dichiarazione di insofferenza verso il sistema delle quote.

La logica saudita è quella del prezzo: tagliare la produzione, sostenere il barile, massimizzare il ricavo unitario. La logica emiratina è opposta: massimizzare i volumi, perché la struttura economica del Paese è diversa. Il settore non-oil vale ormai circa il 75% del PIL emiratino. Il modello di Abu Dhabi punta a estrarre il più possibile finché il petrolio vale qualcosa, non a presidiare il prezzo per le prossime generazioni. Due strategie incompatibili dentro la stessa stanza, per anni tenute insieme dalla disciplina del cartello  ma soprattutto da una geometria delle alleanze che oggi non esiste più.

A questo si aggiungano gli attriti non economici dell’ultimo anno: la rottura della coalizione anti-Houthi a fine 2025, gli attacchi sauditi al porto di Mukalla contro asset alleati degli Emirati, il riconoscimento israeliano del Somaliland – letto da Riad come un assist destabilizzante di Abu Dhabi – e due mesi di guerra mediatica e lobbistica fra le due capitali, combattuta a colpi di campagne sui social e di pressioni a Washington. Quando la guerra con l’Iran ha riportato, per qualche settimana di marzo, un’apparente solidarietà tra MBS e MBZ, era già la solidarietà di chi sta per separarsi e si tiene per mano davanti ai vicini.

L’OPEC era diventata, per gli Emirati, un’istituzione percepita come strutturalmente sbilanciata sul calcolo saudita. Uscirne significa togliere a Riad il guinzaglio.

La guerra all’Iran e Hormuz: l’acceleratore

Tutto questo era già in moto prima del 2026. Quello che ha trasformato un divorzio annunciato in un divorzio rapido e brutale è stato il conflitto in Iran innescato dall’asse israelo-statunitense  ed è qui che la lettura geopolitica deve farsi più precisa, perché la narrazione mainstream tende a ribaltare i ruoli e a dipingere l’Iran come aggressore di una guerra che non ha cominciato.

Tre meccanismi operano in parallelo. Il primo è di sicurezza: gli Emirati hanno subito direttamente missili e droni iraniani per settimane, e il consigliere diplomatico del presidente UAE, Anwar Gargash, ha apertamente accusato i partner del Consiglio di cooperazione del Golfo di una posizione “storicamente la più debole” sul piano politico e militare. Tradotto: i sauditi non ci hanno protetti abbastanza, gli accordi del GCC non valgono il foglio su cui sono scritti, da qui in avanti facciamo da soli. È la stessa logica che, in altre coordinate, ha portato la Finlandia nella NATO e Berlino al riarmo: la sicurezza percepita come bene non più garantito dalle istituzioni esistenti, e quindi internalizzato.

Il secondo è infrastrutturale. Lo Stretto di Hormuz è semi-bloccato – l’EIA stima che le esportazioni del Golfo si siano contratte di circa 9,1 milioni di barili al giorno solo ad aprile – e in questo contesto gli Emirati possiedono una carta che gli altri produttori del Golfo non hanno: il porto di Fujairah, sul Golfo di Oman, raggiunto da un oleodotto che bypassa Hormuz. Quando lo stretto riaprirà — se riaprirà nei termini precedenti — Abu Dhabi sarà l’unica capitale del Golfo capace di immettere sul mercato la propria capacità di riserva senza chiedere il permesso a nessuno. Le quote OPEC, in quel momento, sarebbero un cappio.

Il terzo è politico, ed è il più sottovalutato. Gli Emirati sono oggi il più stretto alleato arabo dell’asse Washington-Tel Aviv nella regione – più dei sauditi, che mantengono ambiguità calibrate. Donald Trump critica pubblicamente l’OPEC da anni, considerandola un cartello che sottrae sovranità ai prezzi americani. L’uscita emiratina è un regalo che la Casa Bianca ha gradito senza dover nemmeno chiedere. Chi crede che la coincidenza temporale sia casuale ha problemi più seri della comprensione del mercato del greggio.

Cosa perde Riad, cosa perde l’OPEC

Il danno tecnico per il cartello è già stato quantificato. Saudi Arabia ed Emirati erano gli unici due Paesi OPEC con capacità di riserva significativa: insieme controllavano la maggioranza dei circa 4 milioni di barili al giorno di spare capacity globale. Quella riserva era lo strumento con cui il cartello riusciva a mettere un pavimento ai prezzi nei momenti di crisi. Con un solo Paese rimasto a poterlo fare, l’OPEC non manovra più: reagisce.

Il danno politico è peggiore. Riad non perde solo un alleato di peso. Perde l’unico interlocutore con cui condivideva l’ambizione di un Golfo coordinato e post-petrolifero. Da oggi in avanti, il cartello che l’Arabia Saudita guida è composto in maggioranza da Paesi a produzione massima o quasi (Iraq, Algeria, Nigeria, Libia), Paesi sotto sanzioni o sotto guerra (Iran, Venezuela), e Paesi piccoli. Senza gli Emirati, l’OPEC è strutturalmente più debole, e si vede.

Si vede così tanto che il segnale che Abu Dhabi sta mandando alle altre capitali è chiaro: si può fare. Il Qatar lo aveva fatto nel 2019 in sordina. Gli Emirati lo fanno nel pieno di una guerra regionale e con un comunicato di tre righe. Se un’altra capitale del Golfo (Kuwait, per esempio ), calcolasse che il cartello non vale più la disciplina, la cascata diventa concreta. E a quel punto non parliamo più di OPEC indebolita. Parliamo di OPEC finita.

La variabile russa, e il problema di Mosca

C’è un convitato di pietra in questa vicenda, ed è Mosca. L’OPEC+ , la formula nata nel 2016 per estendere il coordinamento ai produttori extra-cartello, Russia in primis — perde uno dei suoi pilastri tecnici. Per il Cremlino, che da quattro anni opera sotto sanzioni occidentali e dipende dalle scelte di prezzo del cartello per stabilizzare il proprio bilancio, l’uscita emiratina è una notizia ambigua.

Da un lato, una potenziale abbondanza di greggio emiratino sui mercati a medio termine spinge i prezzi verso il basso, e Mosca ha bisogno di prezzi alti. Dall’altro, la frammentazione del cartello apre spazio a un coordinamento bilaterale Riad-Mosca più stretto, in cui i sauditi — privati del partner naturale a Abu Dhabi — potrebbero essere costretti a sedersi al tavolo russo con meno potere contrattuale di quanto ne avessero prima. È un terreno scivoloso, e la diplomazia energetica russa lo sta già esplorando con la consueta prudenza tattica e la consueta capacità di leggere dove si stanno spostando i pesi.

Vista da qui, da Mosca, e da chiunque legga il riassetto multipolare in corso senza le lenti dell’atlantismo automatico, l’uscita degli Emirati non è un evento isolato. È coerente con la non-rinnovazione del New START, con il riallineamento delle alleanze regionali post-2022, con la progressiva irrilevanza delle istituzioni multilaterali nate nel Novecento. Il cartello fondato nel 1960 a Baghdad per spezzare l’egemonia anglo-americana sull’estrazione del greggio si scopre oggi, sessantasei anni dopo, attraversato dalle stesse linee di faglia geopolitiche che attraversano tutto il resto del sistema internazionale. Le istituzioni del XX secolo non reggono il carico del XXI: lo abbiamo già scritto a proposito del trattato sugli armamenti strategici, lo riscriviamo a proposito del cartello del greggio.

E l’Europa? E l’Italia?

Sul piano immediato, l’effetto è quello che si vede al telegiornale: Brent oltre 110, accise italiane in scadenza il primo maggio, margine di manovra del governo ridotto, bollette che ricominciano a salire. Sul piano strutturale, il problema europeo è più grande e meno raccontato: l’Unione Europea è il consumatore terminale di un sistema energetico globale di cui non controlla più nessun nodo. Né i produttori (OPEC frantumata), né i corridoi (Hormuz contestato, Suez sotto pressione, Mar Nero militarizzato, Baltico nervoso), né i prezzi (volatilità in entrambe le direzioni). La risposta europea, ridotta da anni al binomio sanzioni-dichiarazioni, non scalfisce nulla di tutto questo. Il combinato disposto di disaccoppiamento energetico dalla Russia, perdita del partner emiratino e guerra in Iran disegna un quadro in cui l’Europa non è semplicemente vulnerabile: è strutturalmente irrilevante nelle decisioni che la riguardano.

L’Italia, in particolare, paga due volte: come Paese ad alta intensità energetica e come membro di un’Unione che ha rinunciato da tempo a una politica estera energetica autonoma. Sarebbe il momento di rifletterci. Non lo si farà.

Il punto, in una riga

L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è un evento di mercato. È il momento in cui un Paese del Golfo, calcolando il proprio interesse nazionale dentro un sistema internazionale che non garantisce più nulla a nessuno, ha deciso che l’autonomia vale più della disciplina di cartello. Chi vuole capire cosa succederà nei prossimi sei mesi farebbe bene a guardare meno il prezzo del barile e più la mappa delle alleanze. Il barile è la conseguenza. La mappa, la causa.

Leggi anche Il prezzo della stabilità: la guerra in Medio Oriente scuote i troni del Golfo

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