Dall’Università di Pavia nasce PackInPro: un sistema di certificazione che punta a rendere misurabile e verificabile l’impatto ambientale e sociale degli imballaggi
Un nuovo marchio per mettere ordine nella giungla del packaging sostenibile.
Perché mentre l’Europa accelera con il nuovo regolamento sugli imballaggi con l’obiettivo di renderli tutti riciclabili entro il 2030, per imprese e consumatori cresce l’esigenza di capire che cosa è davvero sostenibile e chi certifica che un materiale lo sia.
È questa l’iniziativa lanciata dall’Università di Pavia in collaborazione con un network di atenei italiani e partner industriali, che ha dato vita alla Fondazione PackInPro e a un sistema di certificazione volontaria pensato per rendere trasparente e verificabile l’impatto ESG del packaging.
L’idea nasce da un programma di ricerca che da anni studia il comportamento degli attori economici – imprese e consumatori – di fronte alle grandi transizioni, a partire da quella ambientale. Punto di partenza è che la sostenibilità, se resta confinata a progetti pilota sostenuti da fondi pubblici o a campagne di comunicazione, tende a esaurirsi. Per diventare strutturale deve essere riconosciuta dal mercato ed essere compatibile con i costi di produzione.

La giungla delle certificazioni green per il packaging
“Se pensiamo la sostenibilità come una buona intenzione affidata a percorsi volontari, spesso muore quando finiscono le risorse. Per funzionare deve stare in un equilibrio sostenibile per tutti gli attori”, spiega Flavio Ceravolo, docente di sociologia generale all’Università di Pavia e promotore scientifico del progetto. Con lui, nel comitato scientifico della fondazione, lavorano Lorenzo Malavasi e Pietro Carretta dello stesso ateneo, Michele Meoli dell’Università di Bergamo, Emanuele Pavolini dell’Università degli Studi di Milano, Giacomo Bazzani dell’Università di Firenze e Ilenia Picardi dell’Università di Napoli Federico II.
Il packaging è stato scelto come primo banco di prova per una ragione evidente: è il punto di contatto quotidiano tra impresa e consumatore, attraversa tutte le filiere – dall’alimentare all’elettronica, dalla cosmetica all’e-commerce – ed è uno degli ambiti su cui la normativa europea sta intervenendo con maggiore decisione.
Ma è anche uno dei settori dove proliferano bollini e certificazioni difficilmente comparabili tra loro. Qui si inserisce PackInPro. Non come “ennesimo marchio verde”, ma come sistema fondato su un disciplinare scientifico e su un principio di responsabilità diretta. Il bollino, infatti, rimanda per ogni imballaggio a un profilo digitale che consente di consultare dati e indicatori utilizzati per certificare quel determinato imballaggio. La certificazione è volontaria, ma non indulgente.

Come funziona il sistema PackInPro
Prima viene valutata l’azienda nel suo complesso rispetto ai parametri ESG, poi il singolo prodotto. Un imballaggio tecnicamente innovativo non può ottenere il marchio se l’organizzazione che lo produce non rispetta determinati standard etici e ambientali. Dal punto di vista industriale la scommessa è duplice.
Da un lato, offrire alle imprese – in particolare alle piccole e medie – uno strumento accessibile per strutturare il proprio percorso di miglioramento, con livelli progressivi di certificazione.
Dall’altro, creare un marketplace dedicato alle aziende certificate, favorendo l’incontro tra chi produce packaging sostenibile e chi cerca soluzioni coerenti con gli obiettivi ESG.
In sostanza, non si punta a rivoluzionare da un giorno all’altro il mercato, ma ad avviare un nuovo percorso. “Vogliamo dimostrare che in una filiera specifica questo modello funziona e genera valore”, sottolinea Ceravolo. In un comparto che vale oltre mille miliardi a livello globale e che in Italia rappresenta una componente strategica del manifatturiero, la trasparenza può diventare un fattore competitivo.
Non a caso, tra i primi sostenitori industriali del progetto c’è Grifal, azienda del mondo packaging. E con lei altre realtà produttive. “Crediamo che la collaborazione tra ricerca accademica, industria e filiera produttiva sia fondamentale per sviluppare soluzioni innovative, trasparenti e misurabili”, conferma Giulia Gritti, membro del Cda dell’azienda.
E forse il vero cambio di paradigma sta proprio qui. Non un nuovo bollino, ma la trasformazione del packaging da simbolo di consumo a indicatore misurabile di responsabilità ambientale e sociale.



