La piattaforma europea Mapping Media Freedom registra intimidazioni, querele e pressioni contro i giornalisti: l’Italia tra i Paesi più colpiti dagli attacchi verbali e legali
In Italia la libertà di stampa non viene messa sotto pressione solo nei casi eclatanti. Più spesso si consuma in una somma di intimidazioni, discredito, minacce e azioni legali che finiscono per restringere – pezzo dopo pezzo – lo spazio di chi informa. A fotografare questo fenomeno è Cara Räker, monitor officer del ECPMF, che a Lipsia ha presentato in anteprima al programma Erasmus+ dell’Odg Lombardia la Mapping Media Freedom, la piattaforma europea di monitoraggio che raccoglie e geolocalizza le violazioni contro giornalisti e operatori dei media in 36 Paesi (Stati membri UE e candidati). Dal 2020, il progetto è coordinato dall’European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) insieme a International Press Institute (IPI) e Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ), nell’ambito del Media Freedom Rapid Response sostenuto dalla Commissione europea.
Il focus sull’Italia restituisce numeri che colpiscono: 480 “alert” dal 2020 a oggi, cioè 480 episodi documentati di violazione della libertà di stampa. In questi casi risultano coinvolte 703 persone, perché un singolo attacco può colpire più giornalisti o membri di una redazione. «Alert» è il termine tecnico usato dal progetto: ogni scheda contiene dati quantitativi e un report qualitativo, cioè la ricostruzione dell’episodio.
Il primato degli attacchi verbali
La distribuzione delle tipologie, in Italia, segue un trend europeo ma con tratti molto netti: gli attacchi verbali rappresentano circa il 50% dei casi monitorati. Qui rientrano intimidazioni, minacce (anche di morte), insulti, campagne diffamatorie e azioni di discredito – spesso online. È la zona grigia dove la pressione si normalizza e il confine tra “fa parte del lavoro” e “è una violazione” diventa pericolosamente sfumato. Durante la sessione formativa dedicata al monitoraggio, i ricercatori hanno sottolineato come molti episodi non vengano segnalati proprio perché, in alcune redazioni, l’aggressione verbale viene considerata un costo inevitabile del mestiere. Un’abitudine che, col tempo, rischia di abbassare la soglia di allarme e lasciare impuniti comportamenti sempre più aggressivi.
Cause e querele: il peso degli attacchi legali sulla libertà di stampa
Subito dopo gli episodi verbali, nel caso italiano spicca la componente giudiziaria: gli attacchi legali sono il 22,3%, una quota definita “alta” dai monitoratori. L’incidente più ricorrente è la diffamazione, che può assumere forme diverse: cause civili o penali, lettere di avvertimento, denunce, ma anche pressioni pubbliche – ad esempio quando figure istituzionali delegittimano l’informazione accusandola di “propaganda” o “disinformazione”. Il punto, spiegano i ricercatori, non è solo l’esito in tribunale, ma l’effetto deterrente: tempo, costi, stress e rischio reputazionale possono indurre autocensura o prudenza eccessiva.
Chi attacca: privati e funzionari pubblici
Un altro dato utile per capire la natura del fenomeno è l’identikit degli aggressori. In Italia, tra le fonti dell’attacco, prevalgono i privati, seguiti da funzionari pubblici; una quota resta “sconosciuta”, soprattutto nel digitale, dove l’anonimato rende difficile attribuire responsabilità. E gli episodi non avvengono solo online. Il contesto più frequente, secondo la piattaforma, sono luoghi pubblici e tribunali, segno che l’attacco può colpire chi documenta proteste, processi, cronaca locale, eventi politici. L’esempio tipico citato dai monitoratori è quello del giornalista che segue una manifestazione e viene spinto, ostacolato, intimidito da singoli partecipanti che contestano riprese e domande. Ma il repertorio è più ampio: dalle minacce legate al tifo organizzato alle pressioni durante la copertura di fatti di sangue.
Come si costruisce un “alert”
Dietro ogni numero c’è un lavoro metodologico che prova a trasformare la realtà – «caotica, con confini sfumati» – in dati comparabili. Il team operativo che inserisce, verifica e pubblica i casi è sorprendentemente ristretto: sei o sette persone. Le fonti principali sono tre: monitoraggio delle notizie (con parole chiave e strumenti tipo Google Alerts), monitoraggio dei social (dove X resta centrale) e soprattutto reti di contatti con giornalisti, sindacati, ONG e redazioni. Esiste anche un modulo, Report-It, per le segnalazioni dirette, ma viene usato meno del previsto: molte segnalazioni non sono verificabili se mancano contatti o materiali di supporto.
La regola generale di verifica è chiara: almeno due fonti indipendenti e credibili, di cui una giornalistica. Non è una garanzia assoluta – l’errore è possibile e c’è una procedura per rivedere o rimuovere i casi – ma serve a evitare che la piattaforma diventi un semplice contenitore di denunce non controllate.
Leggere i dati senza farsi ingannare
Un’avvertenza ricorre spesso tra i monitoratori: confrontare Paesi solo sulla base dei “totali” può essere fuorviante. Un numero alto può indicare una situazione grave, ma anche una rete di segnalazione più efficace. Per questo, suggeriscono di guardare alle percentuali e di affiancare sempre analisi quantitativa e qualitativa. In Italia, però, la traiettoria è già chiara: la pressione più diffusa non passa dal manganello, ma dalla parola – minaccia, insulta, scredita – e dal codice civile o penale.
E c’è un’ultima frontiera, ancora sottostimata: la manipolazione digitale. Nel dibattito è emersa la pratica della de-indicizzazione e delle rimozioni tramite false contestazioni di copyright, che possono far sparire un’inchiesta dai motori di ricerca o dalle piattaforme. Anche questo, per i monitoratori, è libertà di stampa: perché impedire la distribuzione dell’informazione, oggi, significa spesso renderla invisibile.
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