mercoledì, Marzo 11, 2026
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Libertà di stampa, la partita europea passa dagli Stati membri

La Commissione accelera sulle norme anti-SLAPP, ma i governi frenano. Il caso italiano sotto osservazione. Cosa deciderà di fare il Governo Meloni?

La battaglia europea contro le cause temerarie — le cosiddette SLAPP, Strategic Litigation Against Public Participation — è entrata nella fase decisiva. Dopo anni di pressione della società civile e delle organizzazioni per la libertà dei media, la Commissione europea ha portato a casa una direttiva che introduce un principio chiave: consentire ai giudici di respingere rapidamente le azioni legali abusive contro giornalisti e attivisti. Ma ora il vero banco di prova non è più Bruxelles. Sono le capitali nazionali. Questo in sostanza il pensiero Elena Rodina, coordinatrace di Media Freedom Rapid Response consortium al ECPMF, il centro che sta ospitando i giornalisti del programma Erasmus+ dell’Odg Lombardia in corso a Lipsia.

La svolta normativa nasce anche dall’onda lunga dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, che aveva oltre cinquanta cause di diffamazione pendenti. Da allora, la pressione sulla Commissione è cresciuta fino ad arrivare all’adozione della direttiva e della raccomandazione del Consiglio d’Europa. Un successo politico non scontato, reso possibile da una coalizione europea anti-SLAPP che oggi conta più di 120 organizzazioni. 

Il ruolo della Commissione: regole e vigilanza

Bruxelles ha fatto la sua parte fissando paletti chiari. Le nuove norme chiedono agli Stati membri di dotare i tribunali di strumenti per individuare e archiviare velocemente le cause abusive, sia d’ufficio sia su richiesta del convenuto. In teoria, un cambiamento strutturale che potrebbe ridurre drasticamente l’effetto intimidatorio delle querele milionarie.
Ma la Commissione non può sostituirsi ai legislatori nazionali. Può monitorare, aprire procedure d’infrazione, esercitare pressione politica. Non può scrivere le leggi interne. Ed è qui che emergono le frizioni.

Recepimento a rischio “minimo sindacale”

Molti governi stanno lavorando al recepimento con approcci molto diversi. Alcuni puntano a riforme ampie e sistemiche. Altri sembrano orientati a fare il minimo indispensabile.
Il rischio principale riguarda il perimetro delle norme. Se uno Stato recepisce solo la parte obbligatoria della direttiva, limitata alle SLAPP transfrontaliere, la tutela per i giornalisti rischia di restare in gran parte teorica. La maggioranza delle cause intimidatorie, infatti, è domestica.

Libertà dei media: l’Italia è sotto osservazione

È in questo quadro che si colloca il caso italiano. Il timore diffuso tra le organizzazioni per la libertà dei media è che il governo scelga una trasposizione “minimalista”, rinviando o ridimensionando gli interventi più incisivi. Un approccio che, se confermato, rischierebbe di lasciare scoperta proprio la parte più rilevante del fenomeno.
Il nodo è anche politico. Come ricordano gli osservatori, la credibilità delle riforme dipenderà dalla coerenza complessiva dell’azione di governo verso il giornalismo: «È difficile — è stato il commento di Rodina — proteggere i giornalisti con una mano e delegittimarli con l’altra». 

La pressione dell’opinione pubblica

In questa fase, il ruolo dei media è considerato decisivo. Raccontare come i governi stanno recependo la direttiva, chiedere trasparenza sulle bozze di legge e coinvolgere la società civile sono indicati come gli strumenti più efficaci per evitare recepimenti al ribasso.
La partita, insomma, è aperta. La Commissione ha acceso il motore normativo. Ma la qualità della tutela per la libertà di stampa in Europa dipenderà da come — e quanto — i singoli Stati, Italia inclusa, decideranno davvero di far correre quelle regole.

Leggi anche Germania, l’ombra lunga dell’AfD e i giornalisti nel mirino

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