A un’ora dalla città tra natura, relax e vigneti, dal Naviglio milanese all’Oltrepò, dalla Valsassina al Gavi
L’estate è bella. Caldo, sole, luce. Viverla a Milano ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, forse lo è un po’ meno. Quando si supera una certa soglia, non è più solo caldo ma una fatica diffusa. L’aria ferma, rarefatta, quasi asfittica. Se sufèga, dicevano i nonni. L’asfalto restituisce tutto quello che si è accaparrato sotto il solleone e ogni passo diventa un’impresa. Per fortuna a volte basta poco: un’ora, o poco più, per fuggire, staccare, lasciarsi alle spalle il traffico e la circonvallazione. Respirare e salutare temporaneamente l’afa. Ci sono luoghi sinceri, non modaioli, umani, dove ricaricare le pile, rinfrescarsi e mangiare qualcosa di buono.
Fughe verso Nord, dove l’aria torna leggera
La fuga più netta è verso l’alto e verso Nord. Prealpi Orobie, Valsassina. In sessanta minuti spaccati si arriva a Pasturo e si può camminare nel Parco della Grigna Settentrionale, sulle pendici del Grignone. Natura, aria pulita, verde. Il Rifugio Riva è diventato uno di quei posti in grande hype senza aver bisogno di spinte promozionali. Ci si arriva dopo una salita non impossibile, ma sufficiente a fare selezione. Qui ci si siede a tavola con fame vera, non quella distratta da città.
E la risposta è semplice: polenta strong, pizzoccheri che filano, uno stinco di maiale arrosto capace di rimettere in asse la giornata. Giampi e Barbara, allegri e gioviali montanari, spadellano, servono e coinvolgono con il sorriso. Cose fatte bene, sempre uguali a se stesse. E funziona proprio per questo. Ci stai, mangi, respiri. Milano resta sotto, lontana il giusto.
Se invece non si ha voglia di salire, la fuga può essere orizzontale. Appena fuori città si punta al Naviglio Grande e in un batter d’occhio si arriva a Gaggiano, alla Bettolina. Una cascina che i milanesi conoscono da anni, ma che la mano del patron Alessandro Totaro ha reso ancora più attraente e appetibile. Ci si arriva in pochi chilometri ma il cambio è immediato. Non scenografico, ma concreto. Appena fuori dai locali sapientemente ristrutturati si apre un rigoglioso giardino con orto, che degrada nella campagna circostante. Il glicine fa ombra vera, le vele proteggono senza chiudere, le siepi di gelsomino e le piccole aiuole separano i tavoli. Il verde qui non è un contorno, ma parte integrante del posto. In cucina c’è il bravo e giovane chef Domenico Montanaro, che mette a segno un risotto giallo con fondo bruno e midollo che resta il piatto di riferimento. Il Naviglio scorre piano accanto. E, in qualche modo, aiuta a rallentare anche tutto il resto.



Tra cascine, vigne e borghi dove il tempo rallenta
Se, come cantava Ligabue, la macchina è calda, si possono fare alcuni chilometri in più. Si supera il Ticino, si entra in Piemonte, rotolando verso Sud in direzione Gavi. La meta è La Raia, che non è una fuga improvvisata, ma una destinazione pensata. Si arriva e quello che colpisce è lo spazio. Una tenuta, vigne, silenzio e una luce diversa. Qui il caldo cambia qualità. Si muove, si lascia gestire. La tenuta tiene insieme produzione agricola, ospitalità e una dimensione culturale che si percepisce senza diventare invadente. Si cammina tra le installazioni all’aperto, si attraversa l’orto prima di entrare, ci si concede tempi più larghi. Anche la cucina, con la supervisione dello stellato chef milanese Tommaso Arrigoni, segue questa linea. Territorio sì, ma senza rigidità, con equilibrio e leggerezza.
Rientrando idealmente dallo sconfinamento piemontese si può tornare in Lombardia, in direzione Oltrepò Pavese. Lontano dalle mete più battute c’è un borgo, Golferenzo, noto un tempo soprattutto per la sua nutrita colonia felina. Oggi è diventato una destinazione interessante proprio perché non si presenta come una struttura costruita a tavolino. Si arriva e bisogna orientarsi: case in pietra, vicoli, angoli che si scoprono piano piano. È un albergo diffuso in senso concreto. Le camere sono nelle abitazioni, i punti di ristoro punteggiano il borgo, la spa e la piscina non stanno davanti agli occhi, ma vanno cercate. Questo cambia tutto. Non si è ospiti di una struttura, ma dentro un piccolo sistema che ha ripreso vita. Qui il tempo si dilata, tra una cena e una passeggiata senza meta tra le vigne.
Quattro direzioni diverse, stesso obiettivo. Non trovare il fresco perfetto, ma togliere pressione. Meno traffico, meno densità, meno rumore addosso. È una ricerca molto milanese, sempre più pragmatica ed esplicita, forse ancora poco raccontata. Non una fuga epica, ma una strategia di sopravvivenza per quando el nostr Milan smette di essere abitabile. Basta un’ora e si torna a respirare.
Libero Quotidiano, 12 luglio 2026
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