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New START è scaduto: l’ordine mondiale post-seconda guerra mondiale si sgretola sotto i nostri occhi

Con la fine del New START si chiude l’era del controllo nucleare tra le grandi potenze. Al suo posto emerge un sistema più instabile e atomizzato

Il 5 febbraio 2026 resterà nella storia geopolitica quasi come una data spartiacque. Infatti in questa data è ufficialmente venuto meno l’ultimo grande accordo di controllo nucleare tra Russia e Stati Uniti, il trattato New START, siglato nel 2010 e pensato per regolare e contenere i rispettivi arsenali strategici. La sua scadenza non è solo la fine di un accordo: è il simbolo di un ordine mondiale che si sta disfacendo.

Il lato operativo di New START e la fine della “galassia del controllo”

Per oltre un decennio, il New Strategic Arms Reduction Treaty aveva imposto limiti vincolanti per gli arsenali nucleari di Washington e Mosca, tra i più potenti al mondo. Ai tempi della sua estensione nel 2021, il trattato sembrava ancora un pilastro della diplomazia strategica: 1.550 testate schierate per ciascuno dei due paesi e un rigido sistema di verifiche reciproche. 

Oggi, senza un nuovo accordo sostitutivo, queste limitazioni non esistono più. La scadenza di questo trattato è l’ultimo pilastro di un’architettura di controllo nucleare nata dalla Guerra Fredda fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, non è un semplice fatto tecnico: è soprattutto la fine di un’era

La fine di un ordine, l’inizio di un nuovo caos?

Quello che sembra sfuggire a molti analisti è il significato sistemico di questo vuoto giuridico-strategico. La struttura istituzionale che ha cercato di regolamentare le armi nucleari nel mondo dagli accordi SALT I e II, passando per l’INF fino all’ultimo New START, ha retto per decenni, creando una sorta di “cortocircuito normativo” tra grandi potenze che, pur in rivalità, riconoscevano almeno alcune regole di ingaggio. 

Con la fine di New START, però, quel fragile ordine viene meno: non è più garantito che le grandi potenze mantengano un quadro condiviso di limiti e controlli. Anzi, la sospensione di fatto delle verifiche da parte di Mosca già nel 2023 aveva anticipato questa rottura di fiducia, segnale che i vincoli condivisi potevano dissolversi ben prima della loro scadenza formale. Bisogna però sottolineare che la sospensione delle verifiche dal lato russo aveva come fine quello di stimolare Washington a trovare un accordo sull’Ucraina prima della decisione russa di iniziare le operazioni militari del febbraio 2024.

La “de-globalizzazione” della deterrenza nucleare

Ed è qui che sta la chiave della nostra analisi: non stiamo solo tornando a una deterrenza più feroce tra i grandi Stati, ma stiamo vivendo una sorta di de-globalizzazione della deterrenza nucleare.

Fino a ieri, la dinamica nucleare mondiale era definita da una coppia dominante – USA e Russia – e da qualche normativa multilaterale residuale (come il Trattato di Non Proliferazione). Oggi quel quadro si sfalda. Senza limiti bilaterali né controlli condivisi, ciò che si apre è un “mercato” strategico libero: uno spazio dove potenziali potenze “medio-grandi” possono sentirsi legittimate o spinte a sviluppare programmi nucleari propri, senza la rete di “controlli incrociati” che fino a ieri mitigava quella corsa. Non è un salto verso la proliferazione incontrollata di armi atomiche in tutto il mondo – almeno non in un futuro immediato – ma è un passaggio strutturale di enorme portata: se i due principali attori nucleari rinunciano alla disciplina che si sono dati, perché dovrebbero rispettare, a livello globale, regole che nessuno di loro sente più come vincolanti?

Un nuovo “balcanizzarsi” della deterrenza

Questa è, in parole povere, una sorta di balcanizzazione della deterrenza: gli Stati non sono più ancorati a un regime comune di controllo, ma spinti a creare i propri meccanismi di sicurezza. La conseguenza è un rischio di moltiplicarsi di arsenali nucleari regionali, ciascuno con la propria logica strategica, i propri limiti (se ve ne saranno) e le proprie soglie di allarme. Questo scenario è proprio quello che avverrebbe se altri attori regionali – in Medio Oriente, in Asia o altrove – decidessero di dotarsi di armi nucleari per assicurarsi una posizione di forza. 

I conflitti regionali e la prospettiva che cambia

E non si tratta di una speculazione astratta: la crisi russo-ucraina stessa – già profondamente caratterizzata dal ruolo delle grandi potenze – assume un’altra prospettiva strategica in mancanza di un quadro di equilibrio nucleare chiaro. La deterrenza, fino a ieri regolata e (almeno teoricamente) omogenea, oggi è liquida, molteplice, frammentata.

La dialettica fra potenze non è più solo questione di “due super-potenze” che si osservano criticamente ma senza porre dei rischi reali, ma di un mosaico di attori – con capacità atomiche disparate – che percepiscono incentivi diversi a costruire arsenali o a rafforzarli. L’effetto è una maggiore instabilità di lungo periodo, dove la semplice previsione delle mosse altrui diventa strategicamente più ardua. 

La scadenza del New START non è una notizia tecnica. È un punto di non ritorno: non tanto perché segna la fine di un accordo, ma perché testimonia la frattura definitiva di quel patto implicito di gestione della deterrenza globale che ha caratterizzato la politica internazionale per oltre mezzo secolo. In termini geopolitici, stiamo assistendo a un fenomeno reale di de-globalizzazione della deterrenza nucleare – un mondo dove i grandi vincoli condivisi si dissolvono lasciando spazio a una molteplicità di potenziali blocchi strategici.

La domanda da porsi non è se assisteremo a un nuovo “arms race” tra superpotenze – questo è quasi certo – ma quante nuove aree strategiche nucleari competitive emergeranno in un ordine mondiale in cui non esiste più un tessuto normativo di controllo condiviso.

Un mondo in cui la deterrenza non è più globale, ma atomizzata.

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